Musica è…

tra note e pensieri

30.8.07

canzone

Cosa fa tramontare il sole?
Cosa fa sorgere la luna?
Cosa porta le onde del mare?
E cosa le porta via?
Cosa fa cadere una stella?
Dove cade?
Perché il suo volo
ci fa guardare il cielo di notte?
E ci fa esprimere un desiderio?
Cosa tiene insieme una nuvola?
Cosa rende il cielo così blu?
Cosa fa tramontare il sole?
Cosa fa sorgere la luna?
E’ il mio amore per te.

dal film Anchors Aweigh 

criado por andreabasevi    9:06 — Arquivado em: Poesia

28.8.07

Educar

"Educar é mais do que preparar alunos para fazer exames, mais do que fazer decorar a tabuada, mais do que saber papaguear ou aplicar fórmulas matemáticas. É ajudar as crianças a entender o mundo, a realizarem-se como pessoas, muito para além do tempo da escolarização."

In, Projecto Educativo "Fazer a Ponte"

criado por andreabasevi    22:38 — Arquivado em: Sem categoria

La poesia dell_esilio come atto di resistenza

“Scrivere poesia è interrogarsi sulla realtà, senza pregiudizi, senza timori. Fare poesia è resistenza. Resistenza alla barbarie della storia e della quotidianità”. La voce di Juan Gelman è calda, fluisce con il ritmo denso del tango. A settantatrè anni, il poeta argentino può dirsi la voce più giovane del suo Paese, il caposcuola di una generazione che si è lasciata alle spalle, inglobandola nel proprio essere, la lezione di Borges e Neruda. La sua è un’opera poetica che attraversa gli ultimi cinquant’anni. Una “realtà fatta di mille voci che si interrogano sul mondo”, come la definisce non senza una certa riluttanza, per la quale viene insignito del premio Lericipea. Un riconoscimento letterario fra più importanti d’Italia che quest’anno festeggia il mezzo secolo di vita e che, nelle passate edizioni, è stato attribuito a poeti come Giorgio Caproni, David Maria Turoldo, Giovanni Giudici, Mario Luzi, Attilio Bertolucci, Adonis e Hans Magnus Enzensberger. Per l’occasione l’editore “interlinea” pubblica “Nel rovescio del mondo” piccola e preziosa raccolta poetica di Gelman aperta da un inedito intitolato “Nobiltà”: “La poesia è pallida e nobile/Non cambia niente, non incurva colline…” Eppure è un atto di resistenza.
Resistere alla barbarie scrivendo versi è per Juan Gelman qualcosa di più di una dichiarazione poetica. Militante della sinistra peronista, costretto all’esilio dall’Argentina nel 1975 dal colpo di di stato del generale Rafael Videla, Gelman la barbarie della dittatura ha vissuto sulla propria pelle. Ad essa ha visto sacrificare la vita di suo figlio Marcelo Ariel ucciso a vent’anni e di sua nuora, Maria Claudia, arrestata a diciannove anni, incinta. Marcelo Ariel fu assassinato con un colpo alla nuca, sua moglie venne fatta partorire e poi portata con la bambina in Uruguay dove scomparve nel nulla. La bimba, Maria Macarena, venne affidata alla famiglia di un poliziotto e solo due anni fa Gelman è riuscito a tirare le fila di quella scomparsa sino a riabbracciare la nipote.

Come ha segnato tutto ciò la sua vita di un uomo e di poeta?

Mi è costato molto uscire dall’odio, venire a patti con la memoria di tanti amici e compagni torturati e uccisi in quegli anni terribili. Come uomo, come cittadino, mi sono battuto dall’esilio perché quella follia terminasse, perché i colpevoli pagassero. Come poeta ho ritrovato nella soggettività del pensiero gli spazi in cui continuare a coltivare l’amore per la vita.

Forse per questo nella sua poesia esistono solo velati echi di quella che è stata la sua tragedia personale?

Credo di sì. Soprattutto credo che l’unico tema della poesia sia la poesia stessa. Chiedere all’atto poetico una funzione politica non ha ragion d’essere. Se la poesia deve assolvere a una funzione “sociale”, questa risiede nella difesa della memoria. Quando si tenta di cancellarla, così come hanno tentato di fare i regimi militari sudamericani nel corso di questo tormentato mezzo secolo, si crea un vuoto che cancella il senso di appartenenza alla realtà sociale. La poesia ha il potere di riempire questo vuoto. Per questo è, io credo, una delle più grandi ricchezze che l’umanità possiede. Spesso senza avvedersene.

La ferita aperta dall’esilio però non sembra sanata. Lei non è più tornato a vivere in Argentina.

E’ vero, ormai mi sono stabilito in Messico anche se a Buenos Aires torno quasi tutti gli anni almeno una volta. Lo faccio per ritrovare mia nipote, per rivedere gli amici, ma la distanza che mi separa dal mio paese è ormai troppo grande. L’esilio è stato un duro colpo ma è anche stato un tramite di arricchimento, culturale e umano. Ha segnato un confine, fra il prima e il dopo, che non so più varcare.

Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 27/09/2003

criado por andreabasevi    9:01 — Arquivado em: Sem categoria

Don Bosco

Giovanni Bosco, santo per i cattolici, (Castelnuovo Don Bosco, AT, 16 agosto 1815 - Torino, 31 gennaio 1888), meglio conosciuto come Don Bosco, fu un prete cattolico italiano, educatore e pedagogo, che mise in pratica i dettami della sua religione, utilizzando metodi di insegnamento basati più sull’amore e la comprensione che sulla punizione.

criado por andreabasevi    8:56 — Arquivado em: Sem categoria

23.8.07

Per trovarti

Sì, dietro alla gente
ti cerco.
Non nel tuo nome, se lo dicono,
non nella tua immagine, se la dipingono.
Dietro, dietro, oltre.

Dietro a te ti cerco.
Non nel tuo specchio, non nelle tue parole,
né nella tua anima.
Dietro, oltre.

Dietro ancora, più indietro
di me ti cerco. Non sei
quello che io sento di te,
non sei
ciò che palpita con sangue mio nelle vene,
senza che sia io.
Dietro, oltre ti cerco.

Per averti incontrato, smettere
di vivere in te, e in me,
e negli altri.
Vivere ormai dietro a ogni cosa,
dall’altra parte di ogni cosa
-per averti incontrato-,
come se fosse morire.

Pedro Salinas dalla raccolta La voce a te dovuta

criado por andreabasevi    1:22 — Arquivado em: Poesia

21.8.07

A te si arriva

A te si arriva solo
attraverso te. Ti aspetto.

Io sì che so dove mi trovo,
la mia città, la via, il nome
con cui tutto mi chiamano.
Però non so dove sono stato con te.
Là mi hai portato tu.

Come
avrei imparato la strada
se non guardavo nient’altro
che te,
se la strada era dove tu andavi,
e la fine fu quando ti sei fermata?
Che altro poteva esserci
più di te che ti offrivi, guardandomi?

Però adesso
che esilio, che mancanza,
e lo stare dove si sta.
Aspetto, passano i treni,
i destini, gli sguardi.
Mi porterebbero dove non sono stato mai. Ma io
non cerco nuovi cieli.
Io voglio stare dove sono stato.
Con te, ritornarci.
Che intensa novità,
ritornare un’altra volta,
ripetere mai uguale
quello stupore infinito.
E fino a quando non verrai tu
io resterò sulla sponda
dei voli, dei sogni,
delle stelle, immobile.
Perché so che dove sono stato
non portano né ali, né ruote, né vele.
Esse vagano smarrite.
Perché so che dove sono stato con te
si va solo con te, attraverso te.

Pedro Salinas - "La voz a ti debida"

criado por andreabasevi    21:37 — Arquivado em: Poesia

20.8.07

Canción del árbol del olvido

En mis pagos hay un árbol,
que del olvido se llama,
al que van a despenarse, vidalitay,*
los moribundos del alma.

Para no pensar en vos,
bajo el árbol del olvido,**
me acosté una nochecita, vidalitay,
y me quedé bien dormido.

Al despertar de aquel sueño***
pensaba en vos otra vez,
pues me olvidé de olvidarte, vidalitay,
en cuantito me acosté.

* Víctor Jara dice “En mi pago hay un árbol / que del olvido se llama / donde van a consolarse, vidalitay”.
* Alfredo Zitarrosa dice “En mis pagos hay un árbol / que del olvido le llaman, / donde van a despenarse, vidalitay”.
** Víctor Jara dice “en el árbol del olvido”.
*** Alfredo Zitarrosa dice “Y al despertar de ese sueño”.

(Fernán Silva Valdés - Alberto Ginastera - 1938)

Nel mio terreno c’è un albero, / che si chiama della dimenticaza, / dove vanno a coricarsi, vidalita, /  i moribondi dell’anima. / Per non pensare a voi, / sotto l’albero della dimenticanza, / mi sono accucciato una piccola notte, vidalita, / e mi sono molto ben addormentato. / Allo svegliarmi da quel sogno / pensavo ancora una volta a voi, / perché mi dimenticai di dimenticarti, vidalita, / quando mi accucciai.

criado por andreabasevi    1:41 — Arquivado em: Poesia

18.8.07

Penna

E prima di prendere carta
prendi penna.
Penna di falco o di cigno
penna di pollo, penna
con pancia piena
di inchiostri azzurri e neri
e di ogni colore tranne quello
della carta su cui scriverai.
Prendi penna che punga
la carta e la mano e che lasci
un segno netto e lungo e sottile
che non vi inciampi la formica
ma cada
proprio nel punto dove il mondo
ride. Dunque
un segno che sfiori
che tiri
che tenga.

Roberto Piumini, dal libro Calicanto

criado por andreabasevi    12:03 — Arquivado em: Poesia

Poco importa da dove la brezza

Poco importa da dove la brezza
trae l’aroma che in essa viene.
Il cuore non ha bisogno
di sapere cos’è il bene.

A me basti a quest’ora
la melodia che culla.
Che importa se, lusingando,
le forze dell’anima spegne?

Chi sono, perché il mondo si perda
dietro quel che penso sognando?
Se mi avvolge la melodia
solo il suo avvolgermi io vivo…

Fernando Pessoa

criado por andreabasevi    1:47 — Arquivado em: Poesia

14.8.07

Infinitamente piccolo

"Il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì.
E’ una frase che sta nella Bibbia. E’ una frase del libro di Tobia, nella Bibbia. La Bibbia è un libro fatto di molti libri, e in ciascuno di questi libri vi sono molte frasi, e in oguna di queste frasi molte stelle, olivi e fontane, asinelli e alberi di fico, campi di grano e pesci e il vento, dovunque il malva del vento della sera, il rosa della brezza mattutina, il nero delle grandi tempeste.
I libri d’oggi sono di carta. I libri di un tempo erano di pelle.
La Bibbia è il solo libro d’aria: un diluvio d’ inchiostro e di vento.
Un libro insensato, che ha perduto il suo senso, perduto nelle sue pagine come il vento nei parcheggi dei supermercati, fra i capelli delle donne, negli occhi dei bambini. Un libro impossibile da tenere fra le mani tranquillamente, per una lettura calma e distaccata: spiccherebbe immediatamente il volo, spargerebbe la sabbia delle sue frasi fra le dita. Si prende il vento fra le mani e istantaneamente ci si arresta, come al principio di un amore, appagati: ho trovato - ci si dice -, era ora finalmente, qui mi fermo, a questo primo sorriso, a questo primo incontro, a questa prima frase che per caso era là. Il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì.(…)"

Dal libro "Francesco e l’infinitamente piccolo" di Christian Bobin - Edizioni San Paolo 2004

Christian Bobin è nato nel 1951 a Le Creusot (non ha mai lasciato questa città, come annota nei suoi libri). Poeta e scrittore molto diffuso in Francia, per la sua scrittura intensa e efficace, che porta alla luce un sentire profondo, condivisibile intorno all’uomo e al suo contesto fatto di materia "vita". "E uno di quelli scrittori di cui in Italia non si saprebbe trovare l’equivalente, che vive in una sospensione vigile, di attesa silenziosa che la vita prenda forma a partire dal fondo di sé. Che diventi parola. E’ come un sottrarsi al mondo per far partorire la parola capace di captare la vita nel suo momento sorgivo. Nella sua scrittura la vita è appesa alle piccole cose quotidiane, a cose esili e fragili. […] Per restituire la vita nella sua essenza, la scrittura si fa altrettanto pura, altrettanto semplice, altrettanto vera, altrettanto essenziale" (M. Bertin).
Di questo autore della grazia e della levità, di aforismi e testi poetici, in italiano sono apparsi "L’uomo che cammina" su Gesù, "Resuscitare", "Elogio del nulla", "Presenze", "Autoritratto" e "Geai"

criado por andreabasevi    23:36 — Arquivado em: Sem categoria

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